Il dialogo ecumenico – i segni della speranza per il cristianesimo

Wojciech Hanc

DOI: http://dx.doi.org/10.12775/PCh.2010.024

Abstract


Sia ecumenismo che il suo elemento essenziale cioè il dialogo ecumenico, dopo più di 40 anni e dopo una centinaia dei documenti elaborati nei colloqui bilaterali, devono essere visti come segni dei tempi moderni ma soprattutto come segni della speranza per un cristianesimo sempre più unito anche se paradossalmente in questo momento ancora diviso. Inoltre il centesimo anniversario dell’inizio del movimento ecumenico celebrato quest’anno (Edinburgo – 1910) ci fa guardare con l’ottimismo nel futuro e considerare ogni agire ecumenico come “un imperativo della coscienza cristiana illuminata dalla fede e guidata dalla carità” (Giovanni Paolo II, Ut unum sint, n. 8). Quest’affermazione prima di tutto si riferisce al dialogo ecumenico iscritto nel cuore degli sforzi ecumenici perché qui non si parla soltanto del dialogo dottrinale ma anche di queste sue impostazioni come: dialogo in quanto esame di coscienza, dialogo di conversione, carità e riconciliazione. In conseguenza tale dialogo dovrebbe condurre al dialogo della salvezza perché il concetto di “dialogo” come tale significa sia scambio delle idee sia, in certo senso, “scambio di doni” (Ut unum sint, n. 28) che secondo Giovanni Paolo II può portare al nuovo e fruttuoso “varcare la soglia di speranza”. Al riguardo particolarmente i santi e i martiri provenienti da varie chiese e comunità ecclesiali hanno dato la loro testimonianza. Questa testimonianza non può essere dimenticata perché anche “nel nostro secolo sono ritornati i martiri. La communio sanctorum parla con voce più alta dei fattori di divisione” (Tertio millennio adveniente, n. 37). I santi come persone del dialogo continuo con Dio e con gli altri, soprattutto i martiri che sigillano con sacrificio la loro vita, sono i segni straordinari di speranza confermanti la necessità del riunirsi accanto a Cristo attraversando ogni barriera della confessione perché “tutti crediamo nello stesso Dio anche se in modo diverso” (K. Barth). Seguendo il pensiero di Giovanni Paolo II occorre trovare nei santi i raggi luminosi per il futuro del cristianesimo e la motivazione per continuare e recepire il dialogo ecumenico. Ognuno che segue lo sviluppo del dialogo dottrinale chiamato a volte “il nodo gordiano del ecumenismo” è cosciente delle difficoltà incontrate, legate non solo al sentiero dell’esporre i punti comuni ma anche dei problemi rimasti fuori dialogo, innanzitutto riguardanti la ricezione delle soluzioni in campo di teologia. Ci sono però i momenti pieni di ottimismo che si riferiscono ai frutti raggiunti, prima di tutto a due documenti (approvati dai superiori ambienti ecclesiastici) costituenti signa prognostica che bisogna prendere in considerazione. Il primo, “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” che si riferisce al dialogo cattolicoluterano, dimostra la possibilità del concordare nel tema così controverso dai tempi della Riformazione – della giustificazione che è articulus stantis et cadentis Eccle siae (il documento approvato il 31.10.1999 a Augsburgo); l’altro, nello stesso tempo divenuto un altro segno di speranza per i cristiani in Europa è “La carta ecumenica” (approvata il 22.04.2001 a Strasburgo) che indica la via di collaborazione tra le chiese in Europa. Quel documento ha dato risposta ad alcuni problemi presentati nell’articolo. Alla fine bisogna sottolineare che l’articolo soltanto tocca alcuni aspetti del tema scelto indicando che “impossibile, nel dialogo diventa possibile” e che davanti al cristianesimo di varie confessioni nasce la speranza; che il “fare verità nell’amore” non ci fa aspettare la piena unità tra i cristiani fino ai tempi escatologici. Inoltre, “agire e soffrire sono i luoghi di apprendimento della speranza” (cfr. Benedetto XVI, Spe salvi, n. 35–40).


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