UIl traduttore e il paesaggio della morte: sulla traduzione polacca de Il Fumo di Birkenau di Liana Millu
DOI:
https://doi.org/10.12775/TSP-W.2018.014Parole chiave
traduttore e il paesaggio della morte, Il Fumo di Birkenau, Liana MilluAbstract
Gli ultimi testimoni del campo di Auschwitz-Birkenau stanno scomparendo. Stiamo assistendo al processo, descritto da Jan Assman, in cui la memoria comunicativa, cioè il ricordo vivo e spontaneo del passato recente, passa con la morte dei suoi detentori. Soltanto la morte è quel «luogo dove si pone la scelta decisiva tra lo scomparire e il conservare» della memoria. (Assman 1997: 9). Di fronte alla fine dell’epoca del testimone Marta Baiardi e Alberto Cavaglion postulano la necessità del ritorno ai testi originali, per evitare il pericolo di uniformare i destini individuali (Baiardi, Cavaglion 2014: 10).
La posizione della Polonia, il paese-testimone, naturalmente influenza lo status delle opere della letteratura concentrazionaria nella sua complessità. L’alto numero delle testimonianze dei sopravvissuti polacchi, pubblicate già negli anni ‘40, rende possibile la creazione del modello nazionale. Effettivamente sul mercato editoriale polacco non ci sono tante testimonianze letterarie italiane sulla Shoah. «Il Fumo di Birkenau» di Liana Millu è stato tradotto in polacco sotto il titolo «Dymy Birkenau» soltanto nel 2007, due anni dopo la morte dell’autrice, da Krystyna e Eugeniusz Kabatc.
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